— Che sia tornato?
— Se la sua cavalleria è rientrata, suppongo che non sarà rimasto fuori dalle mura ad aspettare le palle dei falconetti russi, — disse Tabriz.
— Saprò io scovarlo fuori, — rispose Abei. — O nel palazzo di Djura o nella cittadella lo troverò.
Se tardo non inquietarti, cugino. —
Mentre i cavalieri entravano nel caravanserraglio, che non era altro che un immenso stanzone destinato a servire di ricovero alle carovane provenienti dalla steppa, Abei, dopo aver rifiutato una scorta salì lentamente verso il centro della città, dove su una piccola altura sorgeva la cittadella, formata da quattro ridotti e da terrapieni cintati e merlati.
— È più probabile che lo trovi lassù, fra i suoi cannoni, — si era detto il nipote del beg con un perfido sorriso. — Mio caro cugino, ti giuocherò un tiro che darà Talmà in mia mano..
I miei tomani voglio spenderli bene. —
Quantunque al di là dei giardini non tuonassero più le racchette ed i falconetti dei russi e nessun pericolo pel momento minacciasse la città, la popolazione non si era ancora calmata.
Torme di armati continuavano a percorrere le vie, come se fossero impazziti o come se i russi fossero già sotto le mura della città, e sulle terrazze si sparava sempre. Anche i cannoni della cittadella tuonavano, con un crescendo spaventevole, sprecando inutilmente le munizioni, mentre sulla cima degli esili minareti si udivano le voci strillanti dei muezzin a gridare a squarciagola:
— All'armi, figli d'Allah e credenti d'Ali e d'Hussein!... Ecco gl'infedeli! —