Le loro armi taglientissime scintillavano sinistramente alla luce sanguigna proiettata da quelle centinaia e centinaia di torce.

D'un tratto un grido formidabile si sprigiona da quei tre o quattrocento petti: sembra un immenso e spaventevole ruggito:

— Alì! — Hussein! —

Quei furibondi cominciavano a tagliuzzarsi la fronte, le labbra, il naso, le spalle, le braccia, che erano nude, con una voluttà feroce! Il sangue zampillava copioso, macchiando e scorrendo sulle bianche zimarre e colando sui ciottoli.

Lo spettacolo è orribile, ributtante, ma non impressiona nessuno: anzi tutti invidiano quei disgraziati, che si mutilano atrocemente, convinti di guadagnarsi, con tutto quel sangue che perdono, il sospirato paradiso del Profeta.

Di quando in quando uomini mezzi dissanguati, stramazzano al suolo colla schiuma alla bocca, gli occhi schizzanti dalle orbite; subito gli amici od i parenti li raccolgono e li portano nelle case vicine, dove le donne si affrettano a lavarli, fasciarli e rinvigorirli con tazze di kumis o con acquavite di segala.

Quella corsa, poiché era diventata una vera corsa attraverso alle vie più spaziose della città, durava da una mezz'ora, fra un baccano sempre più spaventevole, quando Abei, che al pari degli altri aveva dovuto scendere da cavallo per non calpestare la folla, che lo stringeva d'ogni parte, si sentì tirare per una manica, assai vigorosamente.

Tabriz e Hossein, divisi dalla scorta, erano già molto innanzi in quel momento.

— Signore, — sussurrò una voce nell'orecchio del giovane.

Abei si era voltato. Un uomo molto barbuto, che aveva il viso in parte nascosto da un ampio turbante, gli stava dietro, tenendolo sempre per la manica.