Centinaia e centinaia di Shagrissiabs, nascosti dietro le mura dei giardini o ammassati sulle creste delle muraglie, mantenevano un fuoco vivissimo quantunque poco efficace, trovandosi i cacciatori del Turchestan ben nascosti entro il burrone ed i pezzi al coperto dietro la trincea.

I cinquanta uomini d'Hossein, scesi da cavallo, si erano subito dispersi, appiattandosi dietro i merli della muraglia ed aprendo anch'essi il fuoco.

Hossein e Tabriz avevano preso il comando d'una batteria di falconetti, bocche da fuoco che conoscevano perfettamente e che sapevano maneggiare anche con molta abilità.

Una immensa colonna di fumo s'alzava al di sopra delle altissime muraglie e delle torri, abbattendosi sui giardini sottostanti, rendendo incerto anche il tiro dei russi e un'altra giganteggiava sopra la cittadella dove i ventinove pezzi del beg di Schaar non cessavano di tuonare.

Disgraziatamente i Shagrissiabs, quantunque fossero tre o quattro volte più numerosi degli assalitori, non erano nè ben guidati, nè ben disciplinati, combattendo ciascuno per proprio conto, e le loro artiglierie, composte tutti di vecchi pezzi, non potevano recare gran danno.

Per di più le loro muraglie non offrivano che una ben magra resistenza agli obici russi, sicchè, verso le sette del mattino, i pezzi istallati sulla torre di Ravatak erano ridotti al silenzio e una grande breccia era già stata aperta nella muraglia.

I cacciatori del Turchestan cominciavano a uscire dal burrone, marciando all'assalto su due colonne.

— Tabriz, — disse Hossein che non aveva cessato di far giuocare contro il nemico i falconetti, credo che tutto stia per finire. —

I Shagrissiabs, non resisteranno dieci minuti all'ultimo attacco.

— Tale è anche la mia opinione, signore, — rispose il gigante, la cui fronte si era rannuvolata. — Questi uomini non valgono quelli della steppa. Hanno troppa paura delle baionette dei moscoviti.