— Mi ero solamente smarrito, cugino, — rispose Abei, — e devo ringraziare gli uomini che m'accompagnano se mi hanno messo nella buona via, Kitab non la conosco.
— Giungi in buon punto. I russi si preparano ad espugnare la città.
— È alla porta di Ravatak che tenteranno l'attacco, — disse Tabriz.
— Vieni, cugino, — disse Hossein, che pareva avesse dimenticato per un istante Talmà. — Mostriamo ai moscoviti, come sanno battersi i nomadi della steppa turchestana. —
Ad un suo cenno i cinquanta uomini, rinforzati dai banditi di Hadgi, avevano lanciato i cavalli al galoppo, avviandosi verso la porta di Ravatak.
I russi avevano cominciato l'attacco con molto vigore, sicuri di trionfare facilmente di quelle muraglie che non potevano offrire una lunga resistenza, malgrado il loro aspetto imponente, essendo costruite solamente con mattoni seccati al sole.
Il generale Abramow aveva preso le sue misure con grande attenzione; approfittando dell'oscurità, aveva fatto scavare una profonda trincea di fronte alla porta, onde battere vigorosamente le torri della muraglia esteriore, armandola con cannoni e con racchette ed aveva fatto nascondere i suoi cacciatori dietro un piccolo burrone situato a sinistra, un po' avanti della batteria.
I Shagrissiabs, quantunque non avessero alcun dubbio sull'esito finale della battaglia, erano accorsi in massa sulle muraglie merlate, sparando furiosamente, intanto che dalla cittadella tuonavano i pezzi ed i falconetti sotto la direzione del beg di Schaar, tentando di contrabbattere le batterie russe di destra.
Le palle cadevano in gran numero sulla città, sfondando facilmente le deboli terrazze e facendo fuggire le donne fra clamori spaventevoli, e provocando qua e là incendii che nessuno si curava di spegnere.
Quando Hossein ed Abei giunsero alla porta di Ravatak, il cannoneggiamento era divenuto intensissimo.