— Ecco un magnifico orso, — borbottò il sergente, con vera ammirazione; — che pelle dura hanno questi Shagrissiabs! —

Poi alzando la voce:

— Lesti, all'accampamento, camerati! —

I quattro soldati afferrarono i quattro lembi della coperta e guidati dal sergente che teneva alta la lanterna, si misero in marcia a passo affrettato, seguiti da Tabriz il quale pareva che fosse improvvisamente guarito della sua ferita.

In venti minuti raggiunsero il primo burrone, poi in altri dieci si trovarono dinanzi ai giardini di Kitab, dove ardevano giganteschi falò, i quali facevano vivamente scintillare un gran numero di fasci d'armi.

Molte tende, per lo più piccole, si rizzavano qua e là e molti soldati russi fumavano placidamente le loro immense pipe di porcellana, commentando a bassa voce gli avvenimenti della giornata e narrandosi le prodezze compiute durante l'assalto della torre di Ravatak, il solo luogo si può dire, ove i Shagrissiabs di Djura bey e di Baba-beg avevano opposta un'accanita resistenza.

Il sergente ed i suoi soldati, dopo d'aver risposto alla parola d'ordine delle sentinelle, attraversarono l'accampamento ed entrarono sotto una vasta tenda sulla cui cima ardeva un grosso fanale, accanto ad una bandiera rossa, attraversata da una grande croce bianca.

Nell'interno vi era una ventina di materassi, sui quali giacevano degli uomini che avevano la testa fasciata di bende più o meno insanguinate: russi feriti dai kangiarri, dagli jatagan e dalle scimitarre dei Shagrissiabs, nell'attacco dei giardini di Kitab.

Nel mezzo, sotto una lanterna, un capitano medico, molto barbuto, con un grosso sigaro in bocca, stava seduto su un tamburo leggendo qualche vecchio giornale.

Vedendo entrare il sergente alzò il capo, senza smettere di fumare.