Lo raccolse lestamente e se lo mise in tasca, non così presto che Tabriz non l'avesse veduto. Il turchestano però non credette opportuno di fare qualche rimarco, temendo di ritardare l'estrazione del proiettile.

Il sergente intanto aveva portato la cassetta dei ferri chirurgici, mentre due infermieri preparavano fasce e filamenti di lino.

Il capitano dopo d'aver fatto bene accomodare il giovane sul ventre, si mise subito all'opera, scandagliando prima la ferita e poi allargandola.

Agiva rapidamente, con mano sicura, da uomo pratico in fatto di ferite.

Trascorse qualche minuto, lungo quanto un secolo pel povero Tabriz che non aveva voluto ancora coricarsi, poi il capitano ritirò dolcemente una specie di pinza, mostrando al sergente ed agli infermieri una palla rotonda, tutta coperta di sangue.

— Fortunatamente la scapola l'ha fermata, — disse. — Se avesse continuato il suo cammino, avrebbe attraversato il polmone.

— Non è una palla russa, è vero, signore? — chiese Tabriz i cui occhi avvampavano d'una collera terribile.

Il capitano la lasciò cadere in un bacino di rame per pulirla dal sangue, poi la ritirò.

— È rivestita di rame, — disse poi. — È una palla turchestana.

Vi uccidevate fra voi, dunque?