Il gigantesco turcomanno, che fino allora erasi tenuto presso l'apertura che funzionava da porta, guardando con una specie d'adorazione il giovane, s'accostò ad un grosso cofano, cerchiato di ferro e trasse due splendidi kangiarri, che avevano le impugnature d'argento finamente cesellate e adorne di turchesi e di smeraldi, poi due pistole coi calci intarsiati di placche d'oro e una sciabola di Damasco, sulla cui lama erano incisi tre versetti del Corano.

Hossein prese un pezzo di feltro e, sedutosi su un cuscino, si mise a strofinare vigorosamente le lame. Il vecchio intanto aveva ripreso il cannello del suo narghilè e si era rimesso a fumare, con lentezza quasi studiata, seguendo attentamente tutte le mosse del giovane, con visibile compiacenza.

Tabriz, seduto presso la porta, fra i due cani che gli si erano accovacciati ai fianchi, scrutava attentamente la tenebrosa pianura spingendo lontano gli sguardi.

Per parecchi minuti nella tenda regnò un profondo silenzio, rotto solo dallo scricchiolìo delle pertiche; poi il vecchio, staccando dalle labbra il bocchino d'ambra, disse, volgendosi verso Hossein, che era tutto occupato a lucidare le sue armi:

— Che la carovana non ci raggiunga prima dell'alba?

— Io non lo credo, padre, — rispose il giovane. — I cammelli erano troppo sfiniti e anche i cavalli, eccettuato quello di mio cugino, non si trovavano in miglior stato.

— Perchè Abei non è venuto anche lui con noi? Stava meglio qui che accampato nella steppa. La carovana ha uomini sufficienti per difendersi. —

Il giovane depose il kangiarro che stava lucidando, si alzò in piedi e, guardando fisso il vecchio, gli disse:

— Non ti sembra padre che da qualche tempo mio cugino abbia cambiato umore?

— È vero, — rispose il beg, dopo un momento di riflessione.