— Forse non l'oserà perchè i moscoviti gli terranno gli occhi addosso; tuttavia ti ripeto che non vorrei trovarmi lì in mezzo.
Ha dei cavatori d'occhi famosi quel caro principe.
— Lo so, — disse Dinar. — L'anno scorso ho veduto acciecare una cinquantina di vecchi, perchè avevano assalita una carovana che gli apparteneva. Ti giuro che ho riportata una impressione profonda.
— Ti credo. Ecco gli ultimi: mettiamoci in coda. —
La carovana si era messa in moto. Si componeva di oltre trecento prigionieri e di duecento cavalieri bukari e usbeki, sotto la condotta del rappresentante dell'Emiro, quello stesso che aveva assistito, nella tenda del maggiore russo, all'interrogatorio di Hossein e di Tabriz.
I due finti mostratori di scimmie, si erano messi dietro a tutti, senza che alcuno facesse loro attenzione.
La colonna, girata la parte occidentale di Khitab, prese definitivamente la via di ponente, rasentando le ultime pendici dei Sarset-Sultan, onde guadagnare la così detta steppa di Karnak-Tschul, che divide Khitab da Bukara.
Tabriz e Hossein, frammisti coi prigionieri del quarto gruppo, oppressi da quel colpo di fulmine che non si aspettavano, camminavano l'uno a fianco all'altro, sorvegliati attentamente da un manipolo di usbeki, che pareva avesse ricevuto l'ordine di esercitare, particolarmente su di loro, una speciale vigilanza.
Certo, il rappresentante dell'Emiro aveva dato degli ordini a parte, per quei due pericolosi, come li aveva chiamati il maggiore, e dovevano infatti essere tali coi documenti trovati indosso a Hossein.
Il gigante, che stentava a rassegnarsi, di quando in quando alzava gli occhi verso i cavalieri, guardandoli ferocemente e chiedendosi quanti pugni sarebbero stati necessarii per demolirli tutti.