— Se non ci fossero gli altri, — borbottava, — non so come la passereste con me, canaglie! Io non avrei paura ad impegnare la lotta anche se sono senz'armi. —

La colonna era entrata nella steppa, nell'eterna steppa che doveva accompagnarla fin quasi alle porte di Bukara, ma non era quella verdeggiante e rigogliosa dei Sarti, piena di erbe e di fiori come le praterie del Far-West americano.

Era una landa sconfinata, senza boschi e senza campi, impregnata fortemente di sale, con pochissime graminacee e così dure da essere appena tollerate dai cammelli e senza accampamenti, perchè quei terreni erano incapaci di nutrire le numerose mandrie degli usbeki.

Quantunque l'aria fosse tranquilla, immense cortine di polvere sfilavano all'orizzonte: quelle cortine che al tramontare del sole prendono la strana tinta d'un azzuro cupo, sì da dar l'illusione che all'orizzonte si estenda un mare sconfinato.

Sotto i piedi dei cavalli, altra polvere s'alzava, avvolgendo l'intera colonna come in una leggerissima nube di fumo, ricadendo addosso ai prigionieri, penetrando nelle loro gole, per quanto tenessero le labbra strette, e nei loro occhi.

— Ecco il paese dannato o meglio maledetto, — disse Tabriz, guardando a Hossein. — Hai mai veduto, mio signore, una steppa più arida di questa? Quale differenza col nostro mare di verzura! Se soffiasse la burana passeremmo indubbiamente un brutto quarto d'ora.

— Che cos'è codesta burana? — chiese Hossein, quasi distrattamente.

— Un terribile uragano di polvere, che qualche volta riesce fatale alle carovane.

— Venga pure: quasi lo desidero. Almeno tutto sarebbe finito, Tabriz! — rispose il povero giovane con voce sorda.

— Ah!.... Signore, tu non devi scoraggiarti; tu devi vivere per la vendetta.