— Burana!... Burana!... — si udivano a mormorare con inquietudine.
Levarono prestamente le tende e diedero il segnale della partenza.
— Perchè non vi fermate qui, stupidi? — chiese Tabriz ad uno degli usbeki che gli passava accanto. — Qui siamo al riparo degli alberi.
— Più avanti saremo al riparo delle colline, — rispose il cavaliere.
— Presto, camminate più rapidamente che potete, se volete salvare la vita, non avendo noi tende bastanti per ripararvi tutti. —
La colonna si era messa nuovamente in marcia, quasi correndo. I bukari e gli usbeki, che cavalcavano sui fianchi, incitavano i prigionieri a raddoppiare il passo, sagrando e facendo scoppiettare, le loro fruste con gesti minacciosi.
— Avanti!... Avanti!... — gridavano tutti.
Cammelli e cavalli cominciavano a dar segni d'inquietudine. I primi nitrivano sordamente e tremavano; i secondi allungavano più che potevano il collo e dondolavano nervosamente la testa.
La burana s'avvicinava. Il cielo cominciava ad oscurarsi e folate di vento, vere raffiche, cariche di polvere, giungevano una dietro l'altra, rendendo difficilissima la respirazione, sia agli uomini che agli animali.
Qua e là immense trombe di sabbia si formavano come per incanto, s'alzavano a prodigiosa altezza e si slanciavano a corsa furiosa turbinando su sè stesse con mille stridori.