— Nelle rade oasi della steppa della fame, si rifugiano banditi e belve feroci, e gli uni non sono meno pericolosi delle altre.

— Andiamo, Tabriz. —

Ad occidente si scorgevano gruppi di piante che occupavano una superficie di parecchi ettari e quasi tutte d'alto fusto; era quindi probabile che vi dovesse essere dell'acqua, non potendo i vegetali crescere in mezzo a quelle sabbie salate, se non trovano nel sottosuolo un po' d'umidità.

I due fuggiaschi, animati dalla speranza di tuffare le loro aride labbra in qualche fresca sorgente, non tardarono a raggiungere quella specie d'oasi che sembrava, almeno apparentemente, disabitata.

Fu però una disillusione, poichè quelle foreste non promettevano a prima vista alcun frutto. Non vi erano che dei platani semi-intristiti, degli honna, alberi che danno solo una materia colorante, usata dalle donne turchestane e persiane per tingersi le mani ed i piedi e soprattutto le unghie, delle assa fetida (resina antispasmodica) e degli alberi d'incenso, di nessuna utilità pei due assetati.

— Non siamo fortunati, — disse Tabriz, che si era fermato sul margine dell'oasi. — Qui non troveremo nè un fico, nè un melogranato.

— E nemmeno una goccia d'acqua? — chiese Hossein, con spavento.

— Non abbiamo ancora esplorato queste macchie, signore.

— Impugna le pistole e andiamo avanti. —

Dopo avere tesi gli orecchi, colla speranza di udire il mormorio di qualche ruscelletto, s'inoltrarono cautamente sotto le piante aprendosi il passo fra gruppi di mikanseta levigata, belle piante della famiglia dei baccari, che spuntano anche sui terreni più aridi, e d'astragalli, e guardando attentamente a terra, essendo di solito quelle oasi infestate da certi ragni, grossi come una noce e la cui morsicatura è talvolta mortale.