Il suo sguardo fissava distrattamente la fiamma che arrostiva i due once. Pensava probabilmente a Talmà e all'infame tradimento di suo cugino.
— Padrone, — disse ad un tratto Tabriz. — Il piatto forte è pronto. Peccato che non ci sia qualche focaccia di maiz e un po' di tabacco. —
Levò i due gatti, come li chiamava e li mise su un mazzo di foglie di melogranato, spaccandoli con due colpi di kangiarro.
— Se saranno un po' coriacei, — disse, — non sarà colpa mia.
Pianta i denti, signore. Abbiamo ben diritto di mangiate anche noi. —
I due once non tardarono a scomparire, specialmente nel ventre di Tabriz, poi i due fuggiaschi, sicuri di non venire disturbati, credendo che l'oasi non servisse di rifugio ad alcun animale feroce, si gettarono sotto l'ombra d'un grosso platano, cercando di dormire.
Quanto durò il loro sonno?
Certo non lo seppero mai.
Un grugnito rauco, che non doveva promettere nulla di buono, svegliò ad un tratto Tabriz, il quale stava sognando la verdeggiante steppa dei Sarti.
— Padrone!... — gridò, — ti senti male?... —