Quelle parole erano state pronunciate con una simulazione così sottile, da sfuggire agli orecchi del beg e anche a quelli d'Hossein.

— Il tuo cavallo è pronto per la gran corsa? Io voglio che tu mostri ai Sarti come sono famosi i cavalieri delle steppe del Caspio.

— Sono sette giorni che non gli dò che fieno ben secco, — rispose Abei Dullah. — Correrà come il vento, come le trombe di sabbia del deserto turanico.

Tabriz, portami un narghilè e del kumis. Voglio tenere compagnia a mio cugino. —

Mentre il gigantesco turcomanno, che aveva legato il cavallo ad un piuolo piantato presso la tenda, dove se ne trovavano altri tre di forme splendide, recava un gran vaso contenente del latte di cammello fermentato e una pipa di cristallo ripiena per metà d'acqua, terminante in un cilindro concavo ripieno di quel fortissimo tabacco chiamato tumbak, Abei si era seduto dinanzi ai falchi, scuotendo le loro catene per svegliarli.

Hossein invece aveva ripresa la sua occupazione, mentre il beg ricoricatosi sul suo largo cuscino, si era rimesso fra le labbra il bocchino d'ambra.

Per alcuni minuti tutti rimasero silenziosi. Abei sorseggiata una tazza di thè, accese il suo narghilè e pareva che si divertisse a stuzzicare i falchi; chi però l'avesse attentamente osservato, l'avrebbe più volte sorpreso a contrarre le labbra con un brutto sorriso ed a fissare insistentemente Hossein, con uno sguardo che aveva dei lampi cupi.

Fu ancora Tabriz che ruppe il silenzio.

— È una guzla che suona nella steppa, — disse.

Abei Dullah trasalì e smise bruscamente di fumare.