— Da bere ce n'è, — mormorò Karaval; — vorrei però sapere chi si disseta. Apri gli occhi, amico. —
Scostò le fronde e si trovò dinanzi ad una pozza circolare, di una dozzina di metri di circonferenza, piena d'acqua limpidissima.
La superficie avrebbe dovuto essere liscia, non soffiando alcun alito di vento; invece cerchi concentrici s'allargavano rompendosi, con un dolce sussurrìo contro le rive.
— Qualcuno ha attraversato questo minuscolo stagno, — mormorò il bandito, che diventava sempre più preoccupato.
Si guardò intorno e fece subito un salto entro la pozza, sollevando uno sprazzo d'acqua e affondando fino alle anche.
Un animale che fino allora doveva essersi tenuto nascosto in mezzo ai cespugli che circondavano il microscopico stagno, con un gran salto si era slanciato sulla riva, cadendo nel medesimo posto poco prima occupato dal bandito.
Un secondo di ritardo e Karaval se lo sentiva sulle spalle.
L'animale, deluso dalla mossa fulminea del bandito, mandò una specie di belato, somigliante a quello d'una pecora.
— Non sei un montone, mio caro, — disse Karaval. — So quanto vali e conosco le tue unghie, ma non mi lascerò prendere tanto facilmente. —
Infatti quell'animale era non lungi dal rassomigliare ad una pecora o ad un montone. Aveva la testa d'un cane, piccola e allungata ed il corpo d'un gatto, di dimensioni grossissime, con gambe alte ed il pelame lungo e ispido, di colore grigio-giallognolo a macchie nere e brunastre.