— Mio signore, — rispose Karaval umilmente, — nella steppa della fame non bisogna arrestarsi, se si vuole salvare la pelle. Guarda: il calore ha quasi vuotata la nostra riserva d'acqua. Fermati un giorno solo fra le dune e vedremo se tu uscirai vivo dalla steppa.
— Mi sembra d'aver fatto la traversata dell'Asia intera.
— Troveremo almeno qui dell'acqua? — chiese Hossein, che si era lasciato cadere, sfinito, su un tronco d'albero atterrato.
— Lo spero, mio signore, — rispose Karaval. — Accampati qui, mentre io vado a cercarla. —
Il bandito impugnò l' jatagan che portava alla cintura, prese l'otre che era già quasi vuoto e si cacciò in mezzo alle piante, non senza una certa apprensione, sapendo che le oasi erano frequentate da animali feroci. Pur camminando monologava come era sua abitudine:
— Vorrei sapere se quello stupido di Dinar è giunto qui e se si è fermato. Il ragazzo ha le gambe migliori delle mie, questo è vero, pure sarei stato ben contento di rivederlo e di dargli... —
Si era interrotto bruscamente e si era fermato dietro il tronco d'un grosso albero che sorgeva, quasi isolato, in mezzo ad un gruppo di cespugli.
— Mio caro Karaval, — mormorò dopo qualche istante — bada alla tua pelle. Non tutti i banditi della steppa della fame ti conoscono ancora e nemmeno tutte le bestie. Un ramo non si rompe da sè, quando la burana non soffia, almeno così mi diceva mio padre. —
Rimase immobile, cercando di confondersi col tronco, spiando attentamente le piante vicine, che erano pure rinserrate, alla loro base, da fitti cespugli; poi non udendo più nulla, riprese la marcia sempre guardingo e fiutando l'aria come i cani da caccia.
Aveva percorsi altri venti o trenta passi, quando udì un breve tonfo, come se qualche corpo fosse caduto in un pozzo d'acqua.