— Nemmeno una briciola, mio signore, ve l'assicuro, — rispose Karaval. — Il ghepardo non poteva assalirmi e mi trovavo come entro una rocca forte.
— Ti aveva assediato per bene però, — disse Tabriz.
— Questo è vero, signore, e la pazienza cominciava a scapparmi. Sospettavate che qualche brutta avventura mi fosse toccata!
— Credevamo anzi di non trovare più che il tuo scheletro, — disse Hossein.
— Tutto va bene quando le cose finiscono bene, — sentenziò gravemente il bandito. — Dissetatevi, miei signori; è acqua di sorgente questa e non ne berrete di così buona nella steppa della fame.
— E berremo anche la polvere che avevi indosso, — aggiunse Tabriz.
— La colpa non è mia, signore. Non potevo lasciarmi divorare come un pasticcio, per lasciarvi l'acqua pura.
— Non siamo schifiltosi, — disse Hossein.
Si dissetarono abbondantemente, tuffando avidamente le labbra semi-arse nella freschissima acqua, poi tutti e tre fecero ritorno all'improvvisato accampamento, senza più occuparsi del ghepardo che d'altronde non meritava gli onori d'uno spiedo, essendo la carne di quelle belve coriacea e di pessimo sapore.
Tabriz, durante l'assenza del bandito, era riuscito a scoprire, in mezzo ad un cespuglio, due nidi di ottarde turchestane e non avendo potuto impadronirsi delle femmine, aveva fatto raccolta d'uova, due dozzine, che sembravano ancora fresche e che cucinate sotto la cenere, dovevano servire da cena.