Dal costume che indossava si poteva subito capire che apparteneva ad una casta elevata, poichè il suo ampio turbante era di seta, variegata ed intessuta con pagliuzze d'oro, la sua lunga zimarra di panno finissimo con alamari d'argento ed i suoi stivali, dalla punta assai rialzata, di marocchino rosso.

Inoltre impugnava una vera sciabola di Damasco, una di quelle famose lame che si fabbricavano anticamente in quella celebre città e che pare fossero formate con sottilissime lamine di ferro e d'acciaio sovrapposte, onde renderle flessibili fino all'elsa.

Al comando lanciato dal vecchio, tutti gli uomini che lo circondavano abbassarono i fucili e le pistole e, tratti dalle loro larghe cinture i kangiarri, quelle corte sciabole che somigliano così tanto ai jatagan dei turchi, si gettarono nuovamente a corsa furiosa, urlando:

— Addosso!

— Lesti!

— Non bisogna che ci fugga!

— Ci sono cento tomani da guadagnare! —

Un uomo, che era saltato poco prima giù da un terrazzo d'una di quelle casupole, fuggiva dinanzi a loro, facendo sforzi prodigiosi per mantenere la distanza.

Quantunque non fosse più giovane, balzava coll'agilità di un'antilope, descrivendo di quando in quando brusche curve, onde non lo si potesse prendere di mira e agitando disperatamente le braccia come per darsi maggior slancio.

Era un uomo di forme grossolane, con un collo da toro, il viso angoloso e di tinta quasi terrea, con una lunga barba nera e gli occhi piccoli, leggermente obliqui, simili a quelli che hanno i ghirghisi, quegli irrequieti ed indomabili predoni della steppa della fame, che dove pongono il piede non lasciano più nemmeno crescere un filo d'erba.