In una mano teneva un jatagan dalla lama larga e leggermente ricurva, e nell'altra una specie di chitarra col manico lunghissimo e le corde di seta, uno di quegli istrumenti che i turchestani chiamano la guzla.
L'inseguimento diventava accanitissimo. I Sarti, che all'allarme dato si erano precipitati nelle vie, erano una cinquantina, quasi tutti giovani e lesti di gambe, e gareggiavano fra di loro per guadagnarsi i cento tomani promessi dal vecchio: una somma grande per quegli uomini della steppa, che non posseggono quasi mai denaro.
— Fermati, canaglia! — gridavano tutti in coro, roteando minacciosamente i kangiarri a rischio di ferirsi fra di loro. — Fermati, cane d'un mestrire[2]! La tua guzla non ti salverà! —
Il suonatore raddoppiava i suoi sforzi e precipitava la corsa, mugolando ed ansando come una bestia feroce.
Aveva il volto congestionato, gli occhi fuori dalle orbite, le sue tempie battevano febbrilmente, e dal suo largo petto uscivano veri sibili, tanta era affannosa la respirazione.
Uscito dalle strette viuzze del villaggio, si dirigeva verso l'immensa steppa, coperta di erbe altissime, forse colla speranza di trovarvi nel mezzo un nascondiglio.
Ad un tratto un urlo di gioia sfuggì agli inseguitori.
— Tabriz! Ecco Tabriz! Ah! il furbo! —
Un uomo di statura gigantesca, che montava un magnifico cavallo persiano dal pelo lucentissimo, era uscito da una via laterale ed era passato come un uragano a fianco dei corridori.
Il fuggiasco, udendo il galoppo del cavallo, mandò una bestemmia e si fermò alzando l' jatagan.