— Hai veduto come noi, uomini della steppa turchestana, sappiamo ammazzare i vostri leoni?

— Sparate meglio dei cosacchi del Don, voi, — si limitò a rispondere il bandito.

— Possiamo riprendere la marcia?

— Sono ai vostri ordini, signori. Abbiamo perduto già troppo tempo e giungeremo tardi all'oasi di Kara-Kum. —

Non vedendo più la leonessa, lasciarono frettolosamente la collinetta e dopo d'essersi bagnate le labbra coll'acqua, contenuta nella vescica, si misero senz'altro in marcia affrettando il passo.

Fu solamente tre ore dopo il tramonto, che giunsero all'oasi, completamente sfiniti e quel che era peggio, affamati.

Quella macchia però essendo più vasta delle altre e ricca d'alberi e di cespugli, fornì loro dell'acqua ancora più fresca di quella del piccolo stagno del ghepardo e uova in abbondanza, essendo abitata da veri stormi di houbara.

Cenarono di buon umore, accanto al pozzo e si stesero poscia presso il fuoco montando, uno per volta, la guardia, non essendo sicuri che non vi fossero delle belve.

Nei giorni seguenti continuarono la terribile marcia attraverso a quell'interminabile steppa ed al sesto giorno scoprivano finalmente la zona alberata che segue l'Amu-Darja, dalla sua sorgente fino alla sua foce.

Karaval aveva manovrato in modo da portarsi vicinissimo alla stazione comandata dal capo ghirghiso o usbeko che fosse, suo amico, che vegliava la frontiera per incarico dell'Emiro. Conoscitore profondo della steppa della fame, e di tutte le sue oasi, era sicurissimo di non essersi ingannato.