Un passo pesante e cadenzato s'avanzava risuonando entro una specie di corridoio, che poteva anche essere un'opera coperta conducente al ridotto, avendo Tabriz scorto delle feritoie.
Poco dopo un vecchio bukaro, armato d'archibugio, entrava nella scuderia dirigendosi verso il magazzino delle munizioni.
Tabriz aveva fatto atto d'alzarsi, ma Hossein l'aveva subito trattenuto, sussurrandogli:
— Lascialo andare: potrebbe dare l'allarme. Quando si sarà rifornito di palle e di polvere tornerà sulle rive del fiume.
Così infatti accadde. Il bukaro uscì dal magazzino, portando due sacchetti che dovevano essere pieni di munizioni e se ne andò come era venuto, senza essersi accorto di nulla.
Quando non udirono più i passi, i due turchestani balzarono in piedi nel medesimo tempo.
— Presto, padrone — disse Tabriz.
Attraversarono rapidamente l'opera coperta e sbucarono finalmente all'aperto, dinanzi alla batteria che era composta di quattro falconetti installati su un terrapieno.
Nessuna sentinella vegliava. A quanto pareva, il capo, sicuro di non venir assalito da nessuno, aveva fatto scendere tutti i suoi uomini per dare l'attacco alla casupola.
Tabriz fece una rapida esplorazione e trovata la porta che, dal sentiero fiancheggiante la collinetta, metteva nel ridotto, la chiuse con fragore, sbarrandola con una grossa trave.