— Ed ora, padrone, rideremo, — disse il gigante.

CAPITOLO XI.
La sconfitta degli usbeki.

Come abbiamo detto, quella specie di fortino, destinato a difendere i guadi dell'Amu-Darja, che si trovavano in quel punto della frontiera, sorgeva su una collinetta non più alta d'un centinaio di metri e che probabilmente era l'unica che sorgesse nella steppa occidentale.

Non era un gran che, tuttavia si componeva d'un gruppetto di fabbricati costruiti con mattoni cotti al sole e uniti con fango, che si stringevano addosso ad un terrapieno munito di merlature e difeso da quattro falconetti con palle da una libbra.

Tabriz e Hossein, appena chiusa la porta, erano saliti sul terrapieno da dove potevano dominare tutto il villaggio e anche un tratto dell'Amu-Darja.

Di lassù scorsero subito la catapecchia del trattore, che si trovava isolata all'estremità meridionale del villaggio.

Fastelli di legna puzzolente bruciavano dinanzi alla porta, mandando in aria grosse nubi di fumo nerastro e, poco distante, i bukari in agguato, dietro ai cespugli, coi fucili in mano, pronti a salutare gli assediati con una scarica e impedire la loro fuga.

Erano una quarantina, tutti bene armati; ed a loro si erano aggiunti alcuni pescatori, forse più per curiosità che per aiutarli validamente, non avendo che fiocine e qualche scure.

Tabriz ad un tratto fece un balzo.

— Il loutis! — esclamò.