Mentre le due Aquile della steppa si slanciavano attraverso le erbe, il cavallo aveva continuata la sua corsa indiavolata, dirigendosi verso il fascio luminoso che indicava la tenda del beg.

Ansava fortemente, sordi nitriti gli sfuggivano dalla bocca insieme a getti di saliva che gli lordavano il lucente pelo nero.

Il cavaliere si teneva sempre stretto al collo, come se fosse ormai impotente a reggere le briglie ed a reggersi diritto sulla sella.

Anche dalla sua bocca usciva di tratto in tratto un lungo gemito e, quando il cavallo rallentava un istante, si portava una mano al fianco destro, comprimendolo fortemente.

In venti minuti il destriero superò la distanza che lo separava dalla tenda del beg, dinanzi alla quale s'arrestò stramazzando sulle ginocchia anteriori.

Tabriz, il gigantesco turcomanno, che aveva già udito quel galoppo precipitoso, era prontamente accorso, afferrando fra le possenti braccia il cavaliere, prima che fosse sbalzato di sella.

Anche Hossein che si era munito di una torcia erasi slanciato fuori.

— Un uomo ferito! — esclamò.

— Ed un cavallo che muore, — disse Tabriz.

— Portalo subito dentro. —