— Un momento, padrone, — disse il gigante. — Bisogna assicurarlo bene; questi rettili mordono. —
Gettò a terra il disgraziato suonatore, gli posò un ginocchio sul dorso per tenerlo fermo, poi levatasi la fascia di grosso feltro che gli stringeva la lunga zimarra, gli legò strettamente le mani dietro la schiena.
Lo sollevò e lo mise sul suo cavallo, prendendo in mano le briglie.
— Siamo pronti, padrone, — disse poi al beg.
La truppa si mise in marcia ritornando verso il villaggio, ove si erano radunati i vecchi, le donne ed i fanciulli.
Il mestvire non aperse più bocca, nè fece alcuno sforzo per liberarsi dai legami. Il suo pallore non era ancora scomparso dal suo viso e di quando in quando un forte tremito lo faceva sobbalzare, specialmente quando i suoi sguardi s'incontravano con quelli del vecchio beg.
Giunti dinanzi ad una casupola, che aveva un aspetto migliore delle altre, Tabriz arrestò il cavallo e levò dall'arcione il prigioniero, mentre il beg diceva agli uomini che lo accompagnavano:
— Dieci di voi si mettano dinanzi alla porta colle armi cariche e gli altri vadano a cercare il gesso.
Il supplizio di questo miserabile sarà pubblico.
Ed ora lasciatemi tranquillo.