— No, Tabriz, — disse. — Deve parlare prima e dirci dove hanno portata Talmà. Egli è un complice, fors'anche uno dei capi di quelle maledette Aquile della steppa.
— Non è vero, beg! — gridò il mestvire, con voce strangolata. — Io non sono che un povero suonatore di guzla e non ho aiutato quei miserabili a rapire la sposa di Hossein! Lo giuro! Lo giuro!
— Taci, cornacchia! — rispose il gigante, scuotendolo ruvidamente. — Taci, o ti rompo le costole con una buona stretta, di quelle che so dare io solo.
— Siete miserabili! assassini! Volete la mia morte per divertirvi!
— Portalo al villaggio, Tabriz, — disse il vecchio beg, saettando con uno sguardo feroce il prigioniero.
Poi, volgendosi verso gli altri, chiese:
— Avete del gesso nelle vostre capanne? —
Udendo quelle parole il mestvire diventò spaventosamente pallido, poi un urlo d'angoscia gli sfuggì:
— Ah! No! No! Grazia!
— Gettalo sul cavallo, Tabriz, — disse il vecchio, senza nemmeno rispondere al prigioniero, nè impietosirsi del terrore immenso che traspariva dai suoi occhi dilatati e dai suoi lineamenti sconvolti. E voi andate a raccogliere tutto il gesso e portatelo sulla piazza del villaggio.