— È la tua ultima parola?

— Sì, beg.

— Sta bene: vedremo se saprai resistere. —

Un forte tremito scosse il miserabile, e la sua fronte si coprì di goccioloni di sudore, tuttavia non aggiunse verbo.

— Tabriz, — disse il vecchio, — non lasciarlo un solo istante. Io vado a preparargli la fossa. —

Era appena uscito, quando entrò nella stanza un giovane di statura appena superiore alla media, dal colorito giallo pallido e di forme esili, con indosso un costume sfarzoso fra il georgiano ed il persiano, con molti ricami d'oro sulla giubba e sui larghi calzoni di seta bianca, ed un superbo sciallo di Kerman annodato intorno ai fianchi, fra le cui pieghe erano passati due kangiarri, coll'impugnatura di diaspro orientale.

I suoi occhi che avevano la tinta e anche il lampo dell'acciaio, non possedevano quello sguardo fiero e limpido, che si osserva in quasi tutti i turcomanni; avevano invece qualche cosa di ambiguo, di falso, che metteva un certo malessere in chi doveva per qualche istante sostenerlo. Anche i suoi lineamenti duri, angolosi, erano molto lontani dall'avere quel bell'ovale che si nota nei discendenti degli antichi persiani; il suo naso era molto adunco, la bocca assai larga con labbra sottilissime, atteggiate ad un mezzo sorriso niente franco.

— Tu padrone? — disse Tabriz, salutandolo con un cenno del capo.

— Sono giunto in questo momento precedendo mio cugino Hossein, — rispose il giovane, fissando con uno sguardo inquieto il prigioniero.

— Non avete trovato nulla?