Col suo lungo velo svolazzante, la sua tiara scintillante, il viso animato dal piacere della corsa, gli occhi vivissimi, era davvero bella e si poteva facilmente comprendere come avesse profondamente colpito il cuore di Hossein e forse di qualche altro ancora.
Le gazzelle, spaventate dalle grida dei cavalieri, dal rombo assordante di tutte quelle centinaia di cavalli lanciati a corsa sfrenata e dai latrati furibondi dei veltri, fuggivano disperatamente, balzando come palle di gomma al di sopra delle alte erbe.
Le povere bestie facevano sforzi prodigiosi per mantenere la distanza e vi riuscivano, almeno pel momento, quantunque i magri e agilissimi veltri avessero già sorpassati i cavalli.
— Uran!... Uran!... — urlavano sempre ferocemente i cavalieri, sferzando le loro cavalcature. Era una carica furibonda che passava sopra la steppa e che faceva volare le erbe falciate dai robusti zoccoli di tutti quei cavalli.
— Attenti! — disse a un certo punto Abei che dirigeva sempre la caccia. — A te, Talmà!... Lancialo! —
La fanciulla staccò la catenella d'argento, che tratteneva il volatile e alzò il pugno che era coperto da un grosso guanto, mentre Abei lanciava un fischio.
Il rapace uccello allargò le ali, sbattendole tre o quattro volte, poi spiccò la volata, innalzandosi.
Avanti gli altri! — gridò Abei, mentre liberava il suo.
Quello di Hossein partì come un fulmine, quasi in linea retta, seguito subito da quello di Abei.
I tre volatili muovevano velocissimi addosso alle povere gazzelle, che sembravano smarrite. Anche quello di Talmà era ridisceso e volava in linea quasi retta tenendosi a dieci o dodici metri dal suolo.