Vi era bensì anche un canotto, ma era così piccolo da non poter pensare a metterlo in acqua con quelle ondate furiose che irrompevano nella baia con muggiti assordanti.
Il giovane Correa si era tenuto da parte. Aveva attraversato la tolda e si era rifugiato sul cassero, il quale essendo molto alto, non era spazzato dai marosi.
Di là cercava di rendersi conto della situazione e di trovare un mezzo qualunque di salvarsi poichè, quantunque si fosse messo in tasca la piastra per pagare Caronte, non aveva però alcun desiderio di intraprendere il lungo viaggio senza disputare prima la vita.
Cominciava a distinguersi già qualche cosa, essendo l’alba prossima. Vagamente si delineavano i dintorni di quell’ampia baia, che aveva una circonferenza di parecchie leghe e cosparsa di numerose isolette, disseminate capricciosamente qua e là intorno ad una più vasta coperta di folte boscaglie.
I marinai, nel frattempo, erano già riusciti a calare la scialuppa la quale minacciava di venir spinta contro la caravella e fracassata.
Alcuni, temendo che la nave fosse lì lì per inabissarsi, si erano slanciati dall’alto delle murate, senza pensare che quel salto poteva avere funeste conseguenze.
Qualche fortunato era infatti caduto dentro, ma parecchi erano invece precipitati fra le onde, scomparendo quasi subito, una vera fortuna d’altronde per gli altri, non potendo la scialuppa contenerli tutti.
Servendosi delle corde gli ultimi erano però riusciti ad imbarcarsi. Avevano appena presi i remi, quando Alvaro vide un’onda sollevarli e scagliarli dall’altra parte della scogliera.
Per un momento credette che fossero stati tutti inghiottiti o sfracellati contro le punte aguzze delle rocce, invece vide la scialuppa ricomparire sulla cresta dell’onda e udì anche, fra i muggiti delle acque e le urla del vento, la voce del pilota a gridare:
— Signor Correa, vi è il mozzo a bordo!... Se lo potete, occupatevi di lui!...