— E non pensi che io ho degli ami?
— Ah! È vero, me n’ero dimenticato, signore.
— Facciamo il giro della nostra possessione e poi getteremo gli ami. Troveremo qualche vermiciattolo fra queste erbe.
Seguirono le rive dell’isolotto, battendo i cespugli coi calci degli archibusi, onde accertarsi che non vi fossero serpenti, poi si fermarono presso un gruppo di canne palustri osservando attentamente l’acqua.
— Ho veduto delle ombre a scivolare fra le foglie delle piante acquatiche, — disse Alvaro. — I pesci non devono mancare in questa palude.
Il mozzo aveva già raccolto parecchie larve e sfilacciata una sagola che gli serviva a sostenersi i calzoni. Tagliarono due canne, prepararono gli ami e si provarono a lanciarli in mezzo alle larghe foglie delle victoria che proiettavano un’ombra sufficiente ad ingannare i pesci.
Due scosse li avvertirono ben presto che la cena era assicurata. Ritirarono con precauzione le lenze e s’impadronirono di due grossi traira, pesci che abitano le paludi e le savane, colla bocca larghissima armata di denti acutissimi ed il groppone nero.
Incoraggiati da quel primo successo avevano tornato a lanciare gli ami, quando con loro grande sorpresa udirono, sotto le acque, un ruggito strano e prolungato, come se fosse uscito dalla gola d’un leone.
— Avete udito signor Alvaro? — chiese il mozzo.
— Per bacco! Non sono sordo.