Si volse e vide con terrore che uno dei due jacarè, il più grosso, cominciava ad affrettare la corsa e mostrare il rugoso dorso. Certo si preparava per l’attacco.
— Proviamo ad arrestarlo, — disse il mozzo.
Prese l’archibugio, versò alcuni granelli di polvere nello scodellino onde essere più sicuro del colpo e alzatosi sulle ginocchia mirò il caimano il quale non si trovava ormai che a quindici passi e che teneva le mascelle aperte.
— Imiterò il signor Alvaro, — disse il coraggioso ragazzo.
E fece fuoco nella gola spalancata del mostro.
Udendo lo sparo la testuggine fece un soprassalto così brusco, che per poco il mozzo non fu precipitato in acqua. Ebbe appena il tempo di appoggiarsi sulle canne e di riafferrare l’archibugio che gli era sfuggito dalle mani.
L’jacarè che aveva ricevuta la scarica in piena gola, aveva fatto un salto enorme, slanciandosi quasi tutto fuori dall’acqua, poi era ricaduto contorcendosi furiosamente e avventando a destra ed a manca formidabili colpi di coda.
Dalla gola, che doveva essere stata attraversata dal grosso proiettile, il sangue gli usciva a fiotti arrossando le acque.
Il suo compagno, spaventato certo dallo sparo, si era subito inabissato scomparendo in mezzo ad un gruppo di victorie regie.
— Al galoppo! — gridò il mozzo con voce lieta, tempestando il guscio della testuggine.