La giornata trascorse così in continue ansie pel povero ragazzo, il quale trovava le ore eternamente lunghe ed il sole molto pigro. Il suo pensiero era sempre rivolto al signor di Correa che doveva ben impazientirsi di quell’inesplicabile ritardo, e crederlo fors’anche morto.

Finalmente anche il sole tramontò e le tenebre invasero bruscamente la foresta.

Il mozzo vide con gioia che i pecari cominciavano a coricarsi fra i cespugli che circondavano l’albero. Quei testardi non volevano però ancora levare l’assedio, più che mai risoluti a vendicare i loro compagni.

— Pare impossibile! — esclamò il mozzo. — Se fossero uomini comprenderei la loro cocciutaggine, ma delle bestie! Il signor Alvaro stenterà a credere che io sia rimasto assediato per tanto tempo.

Attese un paio d’ore prima di osare di muoversi, temendo che quei maledetti animali avessero collocato delle sentinelle presso l’albero, poi caricò l’archibugio, si appese alla cintura un paio di frutta dell’albero del pane e la scure e lasciò silenziosamente il ramo, aggrappandosi a delle liane che giungevano fin presso il suolo.

Al di sotto tutto era silenzioso. Non udiva che in lontananza i fischi e gli stridi prolungati delle parraneca che dovevano essere numerose nell’immensa palude.

Si lasciò scivolare dolcemente lungo la liana, soffermandosi di quando in quando per ascoltare, poi rassicurato dal silenzio, continuò la discesa finchè toccò il suolo.

I pecari non si erano svegliati; russavano tranquillamente in mezzo ai cespugli.

Impugnò l’archibugio per la canna e si allontanò adagio adagio, dirigendosi verso la palude. Appena fu ad un due o trecento passi, abbandonò ogni precauzione e partì a corsa disperata.

In pochi minuti giunse là dove aveva lasciata la tartaruga. Anche il rettile dormiva colla testa affondata entro il guscio.