Intanto proviamo queste frutta. —
Si spinse verso l’estremità del ramo dove ne penzolavano parecchie, grosse come la testa d’un bambino e con un colpo di scure ne spaccò una.
Nell’interno conteneva una polpa giallastra, somigliante a quella delle zucche, ma più tenera e un po’ acquosa.
— Se queste non sono zucche, saranno qualche cosa di simile, — disse. — Spero che calmeranno la mia sete e anche la fame.
Si provò a trangugiare un boccone di quella polpa e la trovò dolciastra e tutt’altro che cattiva. Se avesse avuto un po’ di fuoco per arrostirla l’avrebbe gradita ben di più, poichè il caso lo aveva condotto su un fructa de pao o meglio su un albero del pane. Ignorando però che specie di frutta fossero, si accontentò di fare una scorpacciata di polpa cruda, calmando ad un tempo la sete e anche la fame che cominciava a tormentarlo.
Durante quel pasto i pecari non avevano cessate le loro dimostrazioni ostili e non solo verso il mozzo, bensì anche verso i loro compagni morti i quali erano stati ridotti a brani.
Sfogatisi un po’ erano tornati a disperdersi, senza però allontanarsi troppo dal fructa de pao onde essere pronti ad impedire la fuga all’assediato.
Anzi di quando in quando tornavano furibondi, galoppavano intorno alla pianta, urlando come se venissero scannati, poi tornavano in mezzo ai cespugli cercando bacche e radici.
Il mozzo cominciava ad averne fino sopra i capelli di quell’assedio che minacciava di prolungarsi indefinitamente. Non già che fosse inquieto per sè stesso, ma pel povero Alvaro che doveva trovarsi alle prese colla sete e colla fame.
Già due o tre volte si era provato a scendere, credendo che i pecari si fossero allontanati, ma appena si aggrappava alla liana li vedeva subito tornare al galoppo. Anche cercando le bacche e le radici lo sorvegliavano attentamente.