La luna che era allora sorta e che brillava in un cielo purissimo, riflettendo i suoi raggi sulle acque della palude, gli permetteva di dirigersi facilmente.

Gl’isolotti spiccavano nettamente sulla superficie argentea formando delle enormi macchie brune che si potevano distinguere senza bisogno di cannocchiali.

Il mozzo, approfittando della poca profondità delle acque, verso la mezzanotte giungeva in mezzo alla palude.

In quel momento su uno degli isolotti vide un grosso punto luminoso brillare fra le piante che lo coprivano.

— Deve essere il signor Alvaro, — pensò.

Ad un tratto cessò di remare e fece un gesto di sorpresa e anche di spavento.

— Ma no, — disse. — Quel fuoco non arde sull’isolotto che ci serviva di rifugio. No, brucia su un altro. Il nostro si trova laggiù, più all’ovest, se non m’inganno; lo scorgo benissimo ed era il solo che avesse quella forma allungata. —

Un sudore freddo gli bagnò il viso mentre un’angoscia profonda gli stringeva il cuore.

— Che i selvaggi siano giunti qui, che abbiano sorpreso il signor Alvaro? Quegli isolotti non erano abitati che da volatili e che io sappia gli uccelli non hanno mai imparato ad accendere il fuoco. —

I terrori del povero ragazzo erano giustificati. Chi poteva aver approdato su quell’isolotto se non dei selvaggi? Il signor Alvaro non doveva aver lasciato il suo non avendo a sua disposizione legname sufficiente per costruire una zattera, anche minuscola.