— E se i cinghiali ci fossero ancora? — chiese il mozzo.
— Siamo in due ora e daremo battaglia, — rispose il portoghese. — Vedremo se oseranno assalirci. —
S’inoltrarono sotto la foresta e giunsero ben presto sotto l’albero del pane, ma i pecari, accortisi forse della fuga del prigioniero e giudicando inutile prolungare l’assedio, se n’erano andati.
Non rimanevano che tre scheletri ben ripuliti, quelli degli animali uccisi dal mozzo. Dei carnivori dovevano essere sopraggiunti dopo la partenza degli assedianti e avevano spolpati per bene i morti.
— Bah! Ci accontenteremo della testuggine per ora, — disse Alvaro.
Raccolsero una mezza dozzina di frutta dell’albero del pane, essendo perfino troppo carichi per fare un’ampia provvista, e dopo qualche ora di riposo, orizzontatisi col sole, si rimisero in cammino per cercare innanzi tutto qualche stagno d’acqua dolce e poi proseguire verso la baia dalla quale supponevano non essere molto lontani.
— Domani vi giungeremo di certo, — aveva detto Alvaro, per incoraggiare il mozzo.
La foresta, di passo in passo che s’avanzavano verso l’est, accennava a diventare più fitta che mai, rendendo estremamente difficile non solo la marcia, ma anche il mantenimento della buona direzione, non potendosi più scorgere il sole.
Una oscurità quasi completa regnava sotto quei vegetali e anche una temperatura soffocante, che rendeva la respirazione difficile come se l’aria non potesse più circolare fra quegli ammassi di foglie gigantesche.
Era una foresta di cuiera, piante enormi che producono delle zucche mostruose, lucentissime, d’un verde pallido, contenenti una polpa biancastra e molle che non serve a nulla ma che pure sono molto pregiate dagl’indiani dei cui gusci si servono come di recipienti.