— Sì, signore.
— Allora quando giungeremo alla costa mi condurrai dove si trova quell’albero e faremo una grossa provvista di quelle frutta. —
Quando furono ben sazii, i due naufraghi si stesero in mezzo alle erbe, coi piedi rivolti verso il fuoco e senza preoccuparsi nè dei caimani, nè dei serpenti d’acqua chiusero gli occhi coll’intenzione di fare una lunga dormita.
Già nè l’uno nè l’altro potevano più tenere aperti gli occhi.
Anche quella seconda notte passata in mezzo alla laguna, trascorse senza allarmi. Dormirono tutte di fila ben dodici ore e quando si svegliarono il sole era ben alto sull’orizzonte.
La zattera si trovava ancora al medesimo posto. Imbarcarono gli avanzi della tartaruga che potevano servire ancora per un paio di giorni e fecero innanzi a tutto ritorno all’isolotto per prendere i due bariletti di munizioni, che Alvaro aveva ben nascosti in mezzo ad un folto cespuglio, non avendo osato imbarcarli sul suo fragile galleggiante.
Assicuratisi che sulla laguna non si scorgeva alcuna piroga, verso le due del meriggio si rimettevano in viaggio verso la costa.
Ne avevano provate già perfino troppe delle avventure su quelle isolette e desideravano ardentemente tornare sotto le grandi foreste, dove almeno erano certi di trovare dell’acqua e anche della selvaggina. E poi volevano tornare al più presto alla baia, colla speranza che qualche nave o spinta dalle correnti o collo scopo di esplorare le coste che si estendevano verso il sud, durante la loro assenza avesse gettata l’ancora in quel magnifico bacino che doveva essere uno dei più vasti dell’America meridionale.
Impiegarono due ore a compiere quella traversata, avendo il vento e anche la corrente contrarii e discesero là dove il mozzo era approdato insieme alla povera testuggine.
— Conducimi innanzi tutto a quell’albero, — disse Alvaro, dopo di essersi caricati di tutte le loro cose e di aver impacchettati in alcune larghe foglie, gli avanzi del rettile.