— E tu le chiami zucche queste, — disse il portoghese. — Sono frutta degli alberi del pane, mio caro, che surrogheranno i biscotti che ci mancano.
Ne ho assaggiate ancora e ti posso dire che arrostite sui carboni sono squisite.
— To’! Vi sono anche delle piante che producono dei pani! — esclamò il mozzo. — Fortunato paese dove si può fare a meno dei fornai. —
Alvaro levò la corteccia e tagliò la polpa in larghe fette che depose sui carboni.
La tartaruga, che doveva essere ben grassa, friggeva intanto allegramente entro il suo guscio che a poco a poco si carbonizzava, senza però lasciar perdere il succo dell’animale che è squisitissimo. Perfino il mozzo, con tutto il suo rincrescimento, si sentiva venire l’acquolina in bocca e aspirava non meno avidamente del famelico compagno, l’odore delizioso che tramandava l’arrosto.
Quando Alvaro credette la testuggine sufficientemente cotta, con pochi colpi di scure ben applicati sui fianchi, levò il guscio inferiore che era quasi piatto, e agli occhi stupefatti del mozzo apparve il corpo del disgraziato rettile splendidamente arrosolato e nuotante in un succo giallastro che esalava un profumo più che squisito.
— Bagna e mangia senza economia, — disse Alvaro levando dal fuoco le fette delle frutta del pane.
Non avrai mai fatto una cena così deliziosa, te lo assicuro.
— Signore, — disse il mozzo, dopo alcuni bocconi, — se questo non è veramente pane, per bontà e per gusto non è certo inferiore. Ha del carciofo e della zucca marina.
— Trovi che possa surrogare i biscotti?