— Là! Guardate!
— Dove?
— Su quell’albero che s’incurva sul fiume. —
Un fischio acuto che risuonò in aria gli fece alzare la testa.
— To’! Una scimmia! — esclamò.
— Ma l’altro non è un quadrumane. —
Alvaro aprì con precauzione le piante e guardò verso la direzione che il mozzo gl’indicava.
A venti passi dal posto che occupava, si stendeva orizzontalmente, fino quasi in mezzo al fiume, una di quelle piante chiamate dai brasiliani paiva che hanno il tronco coperto di bitorzoli spinosi e dalle cui frutta si ricava una specie di bambagia finissima, assai soffice ma troppo corta per poter essere filata.
Sui rami di quell’albero si era rifugiata una scimmia, un cebo fischiante, una delle meno attraenti della specie, avendo le guancie coperte di peli bianchi, la faccia incorniciata da una barba nera che dà loro un aspetto poco piacevole, il capo adorno di due lunghi ciuffi che rassomigliano a due vere corna ed il mantello invece bruno giallognolo.
Doveva essere una femmina giacchè stringeva fra le braccia un piccino che strillava disperatamente non ostante le carezze amorose della madre.