Il giaguaro salì rapidamente il ramo, lesto come un gatto, però giunto ad un certo punto dovette fermarsi. Un crepitio si era fatto udire ed il prudente ed astuto carnivoro aveva subito compreso che non poteva andare più innanzi senza esporsi al pericolo di capitombolare nel fiume, nel qual caso la scimmia non avrebbe mancato di approfittare per fuggire nella foresta.
— La va male per la belva, — disse Alvaro. — Comincio a credere che la scimmia sia ben lontana dal farsi divorare. —
Il carnivoro si era messo a soffiare come un gatto in collera e sfogava il suo malumore, maltrattando la corteccia dell’albero da cui staccava larghi pezzi.
La scimmia, pazza di terrore e sentendosi ormai perduta, si penzolava all’estremità del ramo, tenendosi appesa colla destra mentre colla sinistra si stringeva sempre, con vera frenesia, il piccino che non voleva lasciare.
In quel momento, trasportate dalla corrente, passavano sotto l’albero delle immense foglie di victoria regia, coi margini assai rialzati e che potevano sostenere ben altro che una scimmia di così piccola mole.
— Ah! La furba! — esclamò Alvaro. —
.... poi, uno di essi, attraversò, come un lupo, la radura, mentre.... (Cap. XIII).
In quel momento il cebo si lasciò cadere a piombo su una delle più larghe foglie, senza abbandonare il piccino. La piccola zattera si sommerse un po’ sotto l’urto, poi risalì a galla mentre la scimmia festeggiava la sua vittoria con un lungo fischio.