— Lasciamolo avanzarsi per ora; al momento opportuno interverremo, quantunque nulla vi sia da guadagnare per noi affrontando quella belva che mi ha l’aria d’essere assai pericolosa. —
Il giaguaro continuava ad inoltrarsi senza dimostrare troppa premura.
D’altronde le spine che coprivano il tronco della paiva che erano assai acute, gl’impedivano di procedere rapidamente.
Alzava con precauzione le zampe, guardava bene dove le appoggiava per non ferirsi, manifestando il suo malumore con dei sordi miagolii che terminavano in una specie di ululato rauco.
La scimmia che lo vedeva avvicinarsi sempre, quantunque lentamente, raddoppiava i suoi fischi e continuava ad innalzarsi, tenendosi ben stretto, con una mano, il piccino, il quale, conscio del pericolo che correva la madre, mandava delle grida lamentevoli.
A poco a poco aveva raggiunto uno degli ultimi rami, ma là giunta aveva dovuto arrestarsi giacchè il suo peso minacciava di farlo rompere.
Si trovava proprio al di sopra del fiume e non aveva ormai nessun scampo. Anche se si fosse lasciata cadere in acqua non sarebbe sfuggita alle terribili unghie del giaguaro, essendo queste belve abilissime nuotatrici.
Il giaguaro giunto a metà del tronco, desideroso di finirla, si raccolse su se stesso, poi con un salto fulmineo balzò su uno dei più grossi rami dove non vi erano più spine.
— La scimmia è perduta, — disse Alvaro che seguiva con viva curiosità la manovra del carnivoro.
Ed infatti la sorte del cebo era ormai decisa. Fra pochi istanti doveva terminare fra i denti e le unghie del carnivoro.