Quantunque non sia velenoso, possiede al pari dei pitoni, una tale forza da soffocare facilmente anche un bue fra le sue spire.

Sentendosi forse urtare dal giaguaro che nel salto doveva essere sceso fino in fondo al fiume, lo aveva prontamente afferrato.

Il rettile ed il carnivoro, entrambi formidabili, lottavano con furore ora salendo a galla ed ora sommergendosi.

Il primo continuava a stringere la preda cercando di fracassarle le costole e la spina dorsale; il secondo, pazzo di dolore lavorava ferocemente di denti e d’artigli lacerando la pelle dell’avversario.

Il sangue arrossava l’acqua, ma il boa non allargava i suoi anelli, certo della vittoria finale.

Per alcuni istanti furono veduti dibattersi alla superficie e furono uditi i miagolii disperati dell’uno ed i fischi dell’altro, poi entrambi scomparvero in un largo cerchio di sangue per non più riapparire.

— Perdinci! — esclamò Alvaro. — Ecco dei nemici dai quali noi dovremo, d’ora innanzi, ben guardarci.

— Che sia morta quella tigre, signore? — chiese Garcia che era assai pallido.

— Lo suppongo, e anche quel serpentaccio non deve trovarsi troppo bene, ammesso che sia riuscito a soffocare l’avversario e dovremo approfittare per attraversare subito il fiume.

— E se ve ne fossero degli altri?