— E gli avanzi del fuoco? — chiese ad un tratto Alvaro, mentre si disponevano a dare la scalata all’enorme summameira.

— Lasciate le ceneri e anche i tizzoni, — rispose Diaz. — Anzi serviranno ad imbrogliare maggiormente i selvaggi. —

Vi erano delle liane, delle sipò che pendevano dalla pianta e che potevano servire a meraviglia per salire sull’albero, il cui tronco, troppo enorme, non si poteva abbracciare.

I due portoghesi ed il castigliano ne approfittarono per raggiungere i rami della pianta, poi le tagliarono per impedire ai selvaggi di servirsene, ma si guardarono bene dal lasciarle cadere al suolo onde non tradire la loro presenza.

— Vedrete che non verranno a cercarci quassù, — disse il marinaio di Solis. — Pare impossibile, eppure i selvaggi, allorquando sono inseguiti, non hanno mai pensato a cercare un rifugio sugli alberi. —

Salirono più in alto, dove i rami erano più grossi e la vegetazione più folta e attesero, con una inquietudine facile a supporsi, l’arrivo di quella truppa che marciava attraverso la foresta.

Fossero Eimuri, Tupy od altri selvaggi, il pericolo era eguale giacchè tutti erano nemici dei Tupinambi e terribili divoratori di carne umana.

Erano insomma, come diceva il marinaio di Solis, uomini che dovevano assolutamente evitare, per non correre il pericolo di finire, in un modo o nell’altro sulla graticola o allo spiedo.

Il rumore avvertito da Diaz continuava. Una banda e molto considerevole, a quanto pareva, attraversava la foresta, e sia che seguisse qualche traccia od a caso, si dirigeva appunto verso quella radura di cui il colossale summameira formava il centro.

— Che siano i vostri nemici che vi davano la caccia? — chiese Alvaro che aveva preparate le sue armi.