— State attento, — disse Diaz mentre introduceva nel tubo una seconda freccia.

Il quadrumane era rimasto colla bocca aperta, ma non urlava più. Sbadigliò spalancando le mascelle, poi come fosse stato scosso da una scarica elettrica s’alzò, brancolando a casaccio, arrotolò rapidamente la coda attorno ad un ramo e cadde dondolandosi comicamente a trenta metri dal suolo.

— Mille demoni! — esclamò Alvaro. — È morte fulminante questa!

— Il vulrali non perdona, — rispose il marinaio. — Ve ne sono altre sette lassù e ho una ventina di freccie. Spicciamoci prima che gli Eimuri tornino.

Lanciò una seconda freccia, poi una terza, quindi altre ancora senza mai mancare al bersaglio.

Due minuti dopo i poveri quadrumani non urlavano più. Pendevano come grappoli alle estremità dei rami, senza dare il menomo segno di vita.

— Ebbene, che cosa ne dite del mio tubo che a voi sembrava un semplice bastone? — chiese Diaz al portoghese.

— Che vale meglio dei nostri archibugi, — rispose Alvaro che non si era ancora rimesso dallo stupore.

— Uccide senza far rumore, — disse il marinaio. — Peccato che io non abbia che pochissime freccie, ma conosco il segreto di fabbricare il vulrali ed a suo tempo provvederò anche voi di gravatane.

Non è cosa difficile distillare quel veleno, quando si conoscono le piante che lo forniscono.