Diaz vi soffiò dentro, poi svolse un pezzo di pelle che portava appeso alla cintura e levò una piccola freccia formata colla nervatura d’una foglia, munita da una parte d’una spina acutissima coperta d’una sostanza bruna e dall’altra fasciata d’un batuffolo di cotone, preso probabilmente dal bombax coiba, albero comunissimo nel Brasile.

— Avvelenata? — chiese Alvaro.

— E con quale veleno! — rispose il marinaio. — I Tupinambi sono possessori del segreto del curaro o meglio del vulrali e perciò sono assai temuti, giacchè non tutte le tribù brasiliane sanno distillarlo.

— Sicchè le scimmie, se mangiate, avveleneranno i loro mangiatori.

— No, signore, — rispose il marinaio. — Il vulrali può essere assorbito senza che la persona ne risenta alcun disturbo.

Per le vie digestive è affatto inoffensivo e voi potete mangiare tranquillamente la bestia uccisa da queste minuscole frecce.

Ecco le caraja che si dispongono in cerchio per urlare. Le farò star zitte subito. —

Diaz introdusse nella cerbottana una delle sue freccie, badando che il batuffolo di cotone combaciasse perfettamente, poi accostò l’arma alle labbra e l’alzò verso i rami più alti del summameira.

Si udì un leggiero fischio, appena percettibile e si vide subito uno dei cantori fare un gesto come se volesse scacciare un insetto importuno e grattarsi.

La piccola freccia, lanciata con abilità straordinaria dal marinaio, gli si era conficcata nel dorso.