Ciò fatto, col residuo rimasto nel tupi, formò una bella focaccia che depose sulla piastra d’argilla, mettendola poi sulle brace.

— Ecco fatto, — disse.

Quando vide la pasta assumere una bella tinta dorata, la tolse dalla piastra e la offrì ai due portoghesi, dicendo:

— Potete mangiarla senza timore. Quel po’ di veleno che ancora rimaneva, si è volatilizzato col calore.

— Squisita! — esclamò Alvaro colla bocca piena.

— Cento volte migliore delle gallette di mare! — esclamò il mozzo che divorava ingordamente. — È una torta questa! Peccato che non ci sia un bicchierino di Porto o di Malaga per bagnarla.

— Se avessi del tempo e qualche vaso, potrei offrire se non del rosolio almeno del liquore forte e buonissimo, disse il marinaio. — Io so fare il taroba e senza ricorrere ai denti delle vecchie.

— Il taroba! — esclamò Alvaro.

— Ricavato da questi tuberi, signore. Disgraziatamente non ho una pentola.

— E che cosa c’entrano i denti delle vecchie? —