— Ecco il tamanduà che attacca la cittadella. —
L’animale si era rizzato sulle zampe deretane e aveva cominciato a sgretolare il primo cono.
Le sue unghie, più affilate di quelle dei giaguari, strappavano pezzi grossi come ciottoli, aprendo abbastanza rapidamente un foro di forma quasi circolare.
Già qualche formicone, inquietato da quel rumore sospetto, cominciava a mostrarsi, quando il tamanduà interruppe bruscamente il suo lavoro, guardandosi intorno e alzando dinanzi a sè la sua magnifica coda, a guisa di scudo.
— Si è accorto della nostra vicinanza, — mormorò Diaz agli orecchi di Alvaro.
— Allora affrettiamoci ad accopparlo prima che ci scappi, — rispose il portoghese.
— Avete veduto che non è lesto e potremo subito raggiungerlo. E poi, non voglio rinunciare alla mia frittura, un manicaretto delizioso, ve lo assicuro. Aspettiamo ancora un po’.
Il tamanduà stette alcuni istanti in ascolto, manifestando la propria inquietudine con un incessante agitare della sua magnifica coda, poi non vedendo comparire alcun nemico e credendo forse di essersi ingannato, riprese la sua opera di demolizione, allargando il foro.
Le termiti, furiose di essere disturbate, si presentavano minacciose, affollandosi dinanzi all’apertura e muovendo rapidamente le loro tenaglie, pronte a mordere.
Il tamanduà punto spaventato, allungava prontamente la sua lingua vischiosa e assorbiva tranquillamente le combattenti le quali scomparivano rapidamente entro quello strano tubo che serviva da bocca.