Quantunque l’animale operasse con una velocità sorprendente, non riusciva però a tener testa alle falangi che accorrevano alla difesa della cittadella.

Un gran numero di tanajura riusciva a fuggire, disperdendosi per la foresta.

— Ecco il momento buono, — disse il marinaio.

Imboccò la gravatana entro la quale aveva già cacciata una freccia avvelenata col vulrali, mirò per qualche istante, poi soffiò con forza.

Il sottile e terribile cannello partì senza rumore e andò a piantarsi in una delle zampe deretane del tamanduà e così delicatamente che il ghiottone, completamente assorto nel riempirsi il ventre, non si accorse nemmeno di essere stato colpito.

Non erano però trascorsi cinque secondi, tanto è rapida l’azione prodotta da quel potente veleno, quando lo si vide alzare bruscamente la testa e tremare in tutte le parti del corpo.

Spazzò due o tre volte il suolo colla coda, poi cadde fulminato in mezzo ai battaglioni delle termiti.

— Occupatevi del tamanduà e fuggite subito se non volete provare i morsi delle formiche, — disse il marinaio.

Balzò rapidamente innanzi, tenendo in una mano un pezzo di foglia secca di palma che poteva servire da spatola e nell’altra il sacco di pelle e saltò in mezzo alle termiti.

Con pochi colpi ne raccolse parecchie dozzine che rinchiuse subito nel sacco poi fuggì a tutte gambe seguito da Alvaro che si era gettato in ispalla il tamanduà.