— All’accampamento e presto, — disse il marinaio. — Le tanajura possono prendersela con noi e seguirci. —
Si slanciarono a corsa sfrenata attraverso la foresta e un quarto d’ora più tardi giungevano all’accampamento.
— Le gallette? — chiese Alvaro, vedendo il mozzo affaccendato dinanzi al fuoco.
— Vanno a meraviglia, signore, — rispose Garcia che sudava. — Sono diventato un panattiere di prima forza, ve l’assicuro. Ne ho già preparate una quindicina.
— E gli Eimuri? — chiese Diaz.
— Non ho veduto nessuno apparire sulla riva opposta.
— Allora prepariamoci il pranzo. —
— Ah! E la pentola? Mi ero dimenticato che quella che avevo si è rotta. Bah! La surrogheranno con altra cosa.
Signor Viana, scuoiate il tamanduà finchè vado a cercarne una. Prenderò due piccioni ad una fava.
— Che uomo meraviglioso! — esclamò Alvaro, guardandolo mentre si dirigeva verso il fiume. — Ha fatto una bella scuola sotto i selvaggi! I selvaggi! Eh! Ne sanno più di noi e possiamo, per ora, chiamarli maestri.... degli europei. —