Mancava qualche ora al tramonto del sole, quando finalmente scorsero, attraverso i tronchi degli alberi ed i cespugli, una superficie luccicante.

— Una savana sommersa! — esclamò allegramente il marinaio. — Ecco una vera fortuna! Signor Viana, noi potremo finalmente riposarci e anche cacciare. —

Affrettarono il passo e giunsero poco dopo sulle rive d’una vasta palude, dalle acque nere ed ingombre di piante palustri e di minuscoli isolotti che altro non dovevano essere se non banchi melmosi coperti di erbaccie grasse.

Ad una grande distanza si scorgeva la foresta che si stendeva sulla riva opposta.

— Che cosa contate di fare ora? — chiese Alvaro al marinaio, il quale osservava attentamente gli isolotti che emergevano in gran numero.

— Rifugiarci su una di quelle terre e attendere colà che gli Eimuri si siano allontanati, — rispose Diaz.

— E chi ci condurrà? Non vedo alcuna barca io.

— Una zattera si costruisce presto. Non è ciò che mi preoccupa. Dubito della solidità di quegli isolotti. Temo che non abbiano consistenza e vorrei accertarmene presto. Costruiamo per ora una piccola zattera, capace di sostenermi e lasciate che vada ad esplorare la palude.

Il sole sta per tramontare e gli Eimuri si saranno anche essi arrestati e prima di domani non giungeranno qui.

— Temete che non possiamo trovare un palmo di terra solida? — chiese Alvaro.