Quando giunsero al villaggio, i guerrieri si dispersero per le vicine foreste non potendo le capanne bastare per tutti. Solamente poche dozzine si erano fermate intorno ad una abitazione più vasta delle altre, che sorgeva nel centro della piazza e che era adorna di pelli di serpenti appesi alle pareti e di teste di caimano collocate intorno alla punta del tetto.

— Che cosa c’è in quella capanna? — chiese Alvaro al ragazzo indiano.

— Era la dimora del defunto pyaie, — rispose. — Ora sarà la vostra finchè gli Eimuri si fermeranno qui.

Ho ricevuto l’ordine di condurvi là dentro e di mettermi a vostra disposizione finchè avrete imparata la lingua di questi uomini.

— E non si potrebbe avere qualche cosa da porre sotto i denti?

— Fra poco si sacrificherà un mio compatriota che è stato giudicato abbastanza grasso e voi avrete la parte migliore.

— Che mangerai tu, mostro! — esclamò Alvaro indignato.

Il ragazzo lo guardò con stupore, poi disse:

— Ah! Sì, gli uomini bianchi non amano che la carne bianca. Disgraziatamente qui tutti sono rossi, e non si saprebbe come fare a procurarvene.

— Noi non mangiamo che carne d’animali e frutta, mi hai capito? La carne umana ci ispira orrore.