— La cerimonia è finita, — disse una voce.

Alvaro si volse e si vide accanto il ragazzo indiano.

— I pyaie dalla pelle bianca possono ora prendere possesso della capanna che apparteneva al defunto.

— E delle ossa del morto che cosa ne faranno? — chiese Alvaro.

— Si sospendono ad un albero e si lasciano là finchè cadono. —

Gli Eimuri si erano rimessi in cammino senza dare più alcun segno di dolore.

Anzi parevano lietissimi e saltellavano agitando le loro pesanti mazze fingendo di combattere contro dei nemici invisibili.

Talora si scagliavano colla furia d’un uragano come se avessero avuto dinanzi qualche tribù avversaria, mandando urla spaventevoli e vibrando all’impazzata colpi disperati, poi si arrestavano di colpo e simulavano una fulminea fuga, tornando verso i capi.

L’aspetto che assumevano allora i visi di quei selvaggi era orribile. Non avevano più sembianze umane; parevano piuttosto musi di giaguari o di coguari.

I loro occhi mandavano baleni, dimenavano le mascelle come se pregustassero la carne dei vinti e mandavano ruggiti da fiere.