I cuochi del capo, avvertiti che i pyaie dalla pelle bianca non potevano mangiare che nemici della loro razza, avevano surrogata la carne umana con una magnifica traira, un pesce che abbonda nelle savane sommerse, con delle gallette di mandioca e con dei banani cucinati sotto la cenere.
Vi avevano poi aggiunti due grossi vasi pieni di un liquido lattiginoso che esalava un acuto odore d’alcool.
— All’attacco, Garcia, — disse, con voce allegra. — L’arrosto umano non figura nella minuta, nè bianco, nè nero, nè rosso. —
Per nulla inquietati dalla presenza del ragazzo, si misero a mangiare con appetito invidiabile, poi servendosi di due cornetti fatti con foglie di palma si provarono ad assaggiare il taroba.
— Non c’è male, — disse Alvaro. — Non credevo che questi antropofagi fossero capaci di fabbricare dei liquori.
Ma, ora che mi rammento, aveva già parlato dal taroba e....
— E anche di denti di vecchie, signore, — disse il Garcia.
— Characo!.... Sì, di denti.... — rispose Alvaro, lasciando cadere il cornetto. — Ehi, ragazzo, si può conoscere la ricetta usata per fabbricare questo liquore?
— Non vi piace? — chiese il giovane indiano.
— Ti domando da che cosa lo ricavano.